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- Cape Horn

OLTRE IL 56°SUD

YUKON

Un viaggio nel nord estremo, 2005 - Parte 2

SEMPRE PIÙ A NORD

Dopo la prima parte del nostro racconto, il viaggio si spinge ancora più a nord, dove le distanze si allungano e le condizioni diventano estreme.

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LA CORSA ALl'ORO e le ICE ROADS

Dawson City è il cuore simbolico del Klondike. Qui la corsa all’oro ha lasciato segni evidenti: edifici in legno, strade che raccontano storie di fortuna e fallimento. È un luogo che restituisce il senso reale di cosa abbia significato cercare l’oro in queste condizioni.

Da Dawson City ci spingiamo ancora più a nord, verso il fiume Mackenzie. Qui il viaggio cambia natura. Iniziano le ice roads: strade che esistono solo d’inverno, tracciate sul ghiaccio di fiumi e tundra. Sono imponenti e rappresentano l’unico collegamento possibile con le comunità più remote.

ASPETTARE PER SOPRAVVIVERE

Attraversiamo Eagle Plains, nel cuore di una wilderness intatta, a meno di un’ora dal Circolo Polare Artico.

Qui rimaniamo bloccati per due giorni a causa di una bufera artica. L’accesso alle ice roads viene chiuso proprio in quest’area di servizio per camion: è l’ultimo punto controllato prima di entrare in un tratto dove, in caso di emergenza, nessuno può intervenire rapidamente, soprattutto durante una tempesta.

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Superiamo la latitudine 66°33’.
Da qui in avanti non esistono alternative, solo ghiaccio.

UN PO' DI COMFORT

La direzione è Inuvik, fino all’ultimo baluardo di terra: Tuktoyaktuk, affacciata sul Mar di Beaufort.
Si raggiunge attraverso le ice roads, in un territorio dove l’accesso è possibile solo in determinate condizioni.

È un piccolo insediamento abitato in gran parte da Inuit.
L’unico hotel è composto da tre container affiancati, pensato per chi lavora o attraversa queste latitudini.

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IL GHIACCIO: LA NOSTRA CASA

Qui partecipiamo alla costruzione del nostro igloo, imparando la tecnica direttamente sul posto. Lo realizziamo sopra il mare ghiacciato.

All’ingresso viene predisposta una trappola per orsi polari. All’interno, protetti da pelli di orso e di foca, affrontiamo temperature che arrivano a –47°C. Di notte il ghiaccio riflette la luce della luna e l’interno dell’igloo assume una tonalità azzurra.

Qui ogni gesto deve essere pensato. Ogni scelta è una questione di sopravvivenza, e rende evidente cosa significhi vivere un nord autentico, senza filtri.

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COSA RESTA

Questo viaggio non è rimasto confinato ai ricordi.
Ha avuto conseguenze concrete nel modo in cui pensiamo e costruiamo i nostri capi.
Vivere il freddo estremo ci ha insegnato che, a certe latitudini, l’abbigliamento non è una scelta estetica, ma una condizione necessaria.

OGNI DETTAGLIO CONTA

Abbiamo compreso l’importanza delle imbottiture, ma prima ancora abbiamo capito che la prima barriera tra il corpo e il freddo artico è il tessuto esterno della giacca: deve proteggere dal vento, perché all’aumentare della sua intensità aumenta in modo proporzionale la percezione del freddo. Da questa consapevolezza nasce anche il concetto delle nostre etichette con il riferimento alle temperature, pensate per orientare e dare una misura concreta delle condizioni per cui ogni capo è progettato.

In particolare del murmasky, capace di trattenere e massimizzare il calore nei punti più esposti, come i cappucci. Dell’importanza del pile interno, sia nelle tasche sia nelle parti della giacca dove il corpo ne ha maggiore necessità. Dei cappucci regolabili in entrambe le direzioni, pensati per adattarsi al vento e ai movimenti. Dei bottoni interni alle tasche, necessariamente in plastica, perché non assorbono il freddo come il metallo e, a contatto con la pelle, non la bruciano.

E soprattutto del passadito: un dettaglio essenziale, che consente di proteggersi dal freddo senza togliere i guanti, quando a temperature estreme scoprirsi anche solo per un istante non è un’opzione.

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Il nord estremo resta una memoria viva. Non come immagine, ma come metodo: osservare, adattarsi, progettare. È da lì che nasce ogni nostro capo.

- Gilberto Ferrari

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